Figli di un Dio minore. Ecco l'Italia dei precari
Lunedì 15 Febbraio 2010 10:00
Alessandra Ponti
Oltre il danno, la beffa. Eh no, così è davvero troppo. Sarebbe bastato aspettare qualche giorno e leggere la classifica Ocse per evitare che il ministro Brunetta pensasse anche solamente di proporre l’idea di una legge che «obblighi i figli ad uscire di casa a 18 anni». Le cifre del resto parlano chiaro: siamo l’economia avanzata nella quale la minoranza costituita dai giovani ha pagato il prezzo più alto alla recessione, sia in termini di occupazione sia in termini di retribuzioni. Nell’ultimo anno in Italia le perdite maggiori dei posti di lavoro si sono concentrate nel bacino degli occupati atipici e temporanei, dove ilo 60 per cento dei precari ha meno di 35 anni. Rispetto al 2008, inoltre, il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato di 3 punti percentuali nel 2009. Dati, semplici dati che, comunque, da soli potrebbero fotografare una realtà che parla di tutto tranne che di “bamboccioni”. Un esercito di ragazzi che, come dice Brunetta, sono certamente delle «vittime di un sistema» ma per il quale il problema più grande non è certo quello di non sapersi rifare il letto da soli. I ragazzi che vanno via a 18 anni da casa, infatti, sono tantissimi. Tutti quelli che scelgono di andare all’Università come fuori sede. Ragazzi costretti a mantenere un cordone ombelicale con i genitori che, salvo qualche soldo racimolato indipendentemente, finanziano vitto, alloggio, tasse e spese universitarie dei propri figli. Ma il problema più grande è che, questo finanziamento non termina certo con la fine dei corsi universitari. Perché se Marco Biagi con la sua Riforma del Lavoro pensava ad una flessibilità che facilitasse l’ingresso nel mercato del lavoro, il prezzo di quella riforma varata dal II governo Berlusconi nel 2003, prende sempre più le sembianze di una precarietà legalizzata. Con laureti costretti a rincorrere il rinnovo di contratti a progetto che nulla danno di più se non quei 1000 euro al mese di media o, nel peggiore dei casi, stage rinnovati di 3 mesi in 3 a mesi a titolo gratuito ma con gli stessi oneri di un lavoratore “normale”. E la crisi mondiale che ha caratterizzato il 2009, come testimoniano le cifre Ocse, non ha certo migliorato la situazione. Gli stage, i contratti a progetto e quelli a tempo indeterminato, infatti, nella maggior parte dei casi danno ai datori di lavoro la possibilità di avere il coltello dalla parte del manico. Lasciando chi lo firma, senza garanzie e senza certezze.
Stagista a tempo “indeterminato”
Come nel caso di Andrea Tulli, un ragazzo di 33 anni proveniente da Latina ma a Roma ormai dal primo anno di università. «Mi sono laureato alla Sapienza sei anni fa – racconta –. Nel corso dei miei studi ho sempre cercato di fare qualche lavoretto per fronteggiare in parte le spese. Ho vestito i panni del cameriere, ho consegnato fiori». Insomma, lavori alla buona per cercare di essere almeno un po’ indipendente. «Terminato il corso di laurea ho fatto il commesso in un magazzino di articoli sportivi per sei mesi – continua –. Poi una volta scaduto il contratto sono tornato di nuovo a spasso. Successivamente è arrivato un contratto a termine come junior commerciale presso un tour operator. Pochi soldi e tante responsabilità che mi hanno dato nessun’altra possibilità che quella di lasciar perdere». Di nuovo a spasso, quindi, ma con ancora la voglia di mettersi in gioco. «Ho pensato che non potevo darmi per vinto e allora ho cercato di aggiungere titoli alla mia preparazione e frequentare un master in relazioni internazionali (4.000 euro finanziati ovviamente dai propri genitori)», fa sapere Andrea. Tante le speranze riversate in quel corso. Speranze tramutate in uno stage senza prospettive. «Al termine del corso sono stato chiamato da un’Associazione (in contatto con l’Ente dove ha svolto il master) per fare un tirocinio totalmente gratuito – spiega ancora –. Alla fine dei tre mesi mi hanno chiesto di rimanere, offrendomi però solo altri tre mesi di stage ovviamente ancora gratuiti. Non avendo alternative e con la speranza che la situazione possa migliorare, ho accettato». Andrea vive a Roma da sei mesi. Da Latina impiegherebbe 50’ all’andata e 50’ al ritorno. Detta così sarebbe una passeggiata. Peccato che l’ufficio dove lavora prevede un orario che va dalle 9.30 alle 18.30, salvo imprevisti. Il che tradotto significherebbe uscire da casa alle 7 e tornarci intorno alle 21, quando si è fortunati. L’alternativa obbligata quindi è quella di prendere un appartamento a Roma, dove convive con la sua ragazza: trenta metri quadri per 1000 euro al mese. Come paga la sua parte Andrea? Semplice, grazie al contributo dei suoi genitori.
Un progetto dopo l’altro
La situazione certo non è migliore per Maria Bianchi, 32 anni, abruzzese, cardiologo. «Mi sono laureata a Roma a 24 anni poi ho frequentato la specializzazione per altri quattro – racconta –. Ultimata finalmente la specializzazione, ho lavorato con un contratto a progetto di sei mesi al Pertini. Quando però il San Giacomo ha chiuso, i medici di quell’ospedale sono stati assorbiti dal Pertini e per me, come per altri precari, non c’è stato più spazio. Ho provato allora con il San Giovanni dove ho ottenuto un contratto di quattro mesi che scadrà ad aprile. Prospettive? L’augurio che me lo rinnovino almeno per altri quattro mesi. Questa purtroppo è la massima aspirazione che possa avere, visto che, con la crisi, non si possono indire concorsi pubblici nell’ospedale, cui potrei partecipare per aspirare ad un contratto a tempo indeterminato». Così con i suoi 1.200 euro al mese, Maria deve vivere a Roma pagando un affitto di 800 euro per un mini appartamento che condivide con il suo ragazzo. «Cosa direi a Brunetta se avessi la possibilità di parlarci? – chiede la cardiologa precaria –. Credo che le mie parole sarebbero sostituite da un lungo bip. Troppo semplice dire di andare via a 18 anni da casa. La maggior parte dei ragazzi sarebbe felice di farlo, avendone l’opportunità e le condizioni. Ho tanti amici che sono nella mia stessa situazioni se non peggio e questo è davvero preoccupante».
Dodici anni di precariato
Perché, invece, la realtà parla di ragazzi che indipendenti, quando va bene, ci diventano oltre i 32 anni. Come nel caso di Francesca Sbandi che, solo quest’anno, ha detto addio ai contratti a progetto firmandone finalmente uno a tempo indeterminato. Laureatasi in tempo con il massimo dei voti, specializzatasi in quattro anni, terza del suo corso, nel 2006 ha iniziato il calvario dei contratti a progetto, cavandosela con poco più di 1.000 euro al mese. «Finalmente dopo 12 anni che vivo fuori casa sono diventata autonoma – spiega Francesca –. Ma se non avessi avuto l’aiuto dei miei genitori dai 18 anni a d oggi, non avrei mai potuto permettermi di arrivare dove sono adesso, facendo quello che mi piace con un minimo di certezza e prospettiva». Di storie come quelle di Andrea, Maria e Francesca ce ne sono migliaia. Più o meno difficili. Ma la realtà dei giovani, oggi come oggi, non si discosta molto da questi racconti. Perché a 18 anni il problema non è imparare a rifarsi il letto, ma pagarsi, la stanza o quei 30 metri quadri dove metterlo senza ricorrere all’aiuto di mamma e papà. E allora, invece di pensare ad una legge per obbligare i ragazzi ad andare via di casa a 18 anni, meglio spremersi le meningi per dare risposte a quella generazione di precari che è nata dopo il 1974.
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